Nei territori del Sahara Occidentale liberati dall’occupazione marocchina si sono celebrati quest’anno i 35 anni dalla nascita della Repubblica Araba Sahrawi Democratica. Ma è stata una celebrazione senza gioia perché il Marocco, che occupa militarmente dal 1976 gran parte dell’ex colonia spagnola, non sembra avere intenzione di accettare lo svolgimento del referendum, in cui i Sahrawi dovrebbero scegliere tra l’autodeterminazione e l’unione con il Marocco. Tutto questo grazie anche all’inerzia della missione ONU, che dovrebbe organizzare il referendum. In uno scenario di attesa infinita – la firma degli accordi di pace risale all 1991 –, i quadri del Fronte Polisario hanno crescenti difficoltà a controllare i giovani che, stanchi di vivere nei campi profughi algerini, prospettano un ritorno alla lotta armata.
Quante volte si può morire? Quante rinascere? E quante cambiare al punto da essere irriconoscibile anche ai propri cari? Mohaned, un giovane iracheno, è stato un DJ e un piccolo imprenditore, un soldato dell’esercito iracheno, un uomo armato che in un certo periodo avrebbe potuto essere classificato come insurgent, un fattorino dell’ambasciata italiana a Baghdad, un interprete con l’uniforme dell’esercito americano, un profugo in Italia, un padre e un marito divorziato e, infine, nuovamente un interprete per le truppe statunitensi. Nel 2003 era un giovane solare. Sette anni dopo è un alcolizzato con i capelli ingrigiti precocemente, che ogni notte va a letto con un Kalashnikov al fianco, terrorizzato dalla prospettiva di essere giustiziato come traditore. Questa è la storia degli ultimi sette anni della sua vita.
Frère Jean Pierre era il monaco-portiere all’epoca del rapimento e dell’uccisione dei sette monaci di Tibhirine, in Algeria, nel marzo 1996. Insieme a frère Amédée, furono gli unici due sopravvissuti di quella strage, che dopo quindici anni è tuttora avvolta nel mistero. Ma la memoria di Tibhirine e dei monaci assassinati va ben oltre le vicende politiche della guerra civile e del terrorismo islamista. Sopravvive grazie a libri e film, ma soprattutto attraverso i racconti dell’unico testimone ancora vivo: frère Jean-Pierre, appunto. Che ha lasciato - con Amedée, deceduto due anni fa - il territorio algerino per continuare la vita monastica sulle alture dell’Atlante marocchino, dove i trappisti hanno trasferito il loro monastero di Notre Dame de l’Atlas. Jean Pierre è l’ultimo legame tra questi due luoghi, carichi di storia e ricordi.
Il 17 febbraio è scoppiata la rivoluzione libica. Parallelozero ha coperto l'evento con il suo fotografo Alessandro Gandolfi realizzando una serie di reportage fotografici. Oltre al servizio online sono disponibili storie con testo e foto dedicate alle donne della rivoluzione, ai nuovi media, alla villa di Gheddafi a Bengasi, alla fuga dei lavoratori stranieri dalla Libia e alla raffineria petrolifera di Ras Lanuf, oggi teatro di nuovi bombardamenti da parte dell'esercito fedele a Gheddafi, fotografata in esclusiva all’interno per la prima volta.
Sono pochi, selezionati e straordinariamente ben addestrati. Hanno scelto una vita di rischio, ma a differenza del protagonista del film vincitore dell’Oscar, non hanno voglia di scherzare con la morte, che si è portata via molti loro omologhi. Il loro nome in codice è IEDD, acronimo che, tradotto, sta per “eliminazione di ordigni esplosivi improvvisati”: sono gli artificieri del nostro esercito, dislocati in tutto l’Afghanistan occidentale. Considerati fra i migliori al mondo, dispongono delle tecnologie più avanzate, e sono costretti ad aggiornarsi quasi quotidianamente, contro un’insorgenza che utilizza ordigni sempre più sofisticati, fantasiosi, e letali.
Parallelozero si caratterizza nel panorama internazionale per la forza espressiva e narrativa, con reportage realizzati in tutto il mondo da fotogiornalisti di lunga esperienza. Nella fotografia in aree di crisi come in quella antropologica e geografica, il racconto dei luoghi è legato agli individui che li abitano, alla realtà urbana, alle comunità sociali, alle vite dei singoli: in una parola, alle storie. Parallelozero è stata anche una delle prime realtà editoriali a produrre reportage multimediali. “Il mezzo è il messaggio” ha scritto Marshall McLuhan. Un concetto che si adatta perfettamente alla visione multitasking di Parallelozero. I nostri reportage di approfondimento sono costruiti con testi, foto, contributi video e audio, musiche e atmosfere documentaristiche. Sono prodotti di comunicazione realizzati a partire dalle immagini, di cui si mantiene tutta la potenza visiva ed espressiva, la forza dell’istante, unite però alla fluidità narrativa del linguaggio video, e alla carica emotiva dei suoni.
Ogni anno, almeno 50 mila ragazze partono dalla Nigeria, e in particolare da Benin City, una delle città più arretrate del paese, alla volta dell’Europa: un trafficante di uomini, con l’aiuto di un prete vudù, le ha convinte che nella terra promessa le attende un lavoro. Il viaggio spesso è allucinante: in camion attraverso il deserto libico, in gommone fino alle coste della Spagna o dell’Italia. Molte muoiono di stenti, di sete, o affogate, prima di raggiungere la meta. E quelle che ci riescono presto scoprono che il lavoro promesso non c’è: dopo il sequestro dei documenti, vengono spedite sulla strada a prostituirsi. Intanto, in Nigeria, qualcuno lotta per liberare le schiave del XXI secolo: dai loro padroni, ma soprattutto dall’ingenuità che le rende così vulnerabili.
Ramallah cambia volto. Nella prima città della Cisgiordania si riversano fiumi di denaro, investiti dai palestinesi della diaspora. Spuntano centri commerciali, ristoranti e palazzi dove un appartamento arriva a costare 12 mila dollari al metro quadro. Per le strade compaiono auto di lusso. E la vita artistica è in fermento grazie a nuovi gruppi musicali, scuole di danza, e all’ultima generazione di disc jockey e graffitari. Nonostante il muro eretto da Israele, che racchiude la città e la rende, come la definiscono i suoi abitanti, “una prigione a cielo aperto”. Amministrata da un sindaco molto speciale. Di religione cristiana. E donna.
A Napoli, la città con il più elevato tasso di criminalità d'Italia, ogni anno vengono commessi settanta omicidi, quattromila rapine ai danni dei turisti e migliaia di furti. Per combattere i malviventi, che spesso si annidano in un intrico di vicoli nei quali penetrare in automobile è impossibile, la polizia ha creato i Falchi, una squadra pressoché unica: agenti in borghese che pattugliano le strade a bordo di potenti moto da enduro con il compito di reprimere, e quando possibile prevenire, la criminalità. Una missione rischiosa, che non di rado li porta a scontrarsi con la camorra e che fa di loro, come essi stessi si defi niscono, “bersagli mobili a due ruote”.
Just like the aoidos (bards) in ancient